Il Signore
della Villa del Casale
Il problema del committente
è stato dagli studiosi affrontato con seria passionalità
anche se, trattandosi di un processo indiziario, la parola
definitiva della sua soluzione non pare giunta. Gli archeologi
che si sono occupati della questione fanno capo a due gruppi
di pensiero. Uno è capeggiato da L'Orange, Gentili
e Polzer che, a favore dell'imperialità della villa,
sostiene che il possessor sia stato Maximinianus Herculius,
componente della Tetrarchia che reggeva l'Impero, che fu
costretto nel 305 dal suo Augusto a deporre la corona e
ritirarsi in ozio. Successivamente (Mazzarino 1953), fu
obiettato come Massiminiano il suo otium lo abbia trascorso
in Campania o in Lucania. Un altro archeologo (Heinz Käler
1969), propose un altro candidato imperiale, Massenzio,
figlio di Massimiano; un'altra ipotesi (Ragona 1962) vuole
che il proprietario fosse stato Claudio Mamertino, un gallicano
della burocrazia di Giuliano, fondando la sua convinzione
su una costituzione imperiale del 362 d.C. che venne inviata
da Giuliano a Mamertino, prefetto di Siracusa. La tesi dell'imperialità
del monumento non ha trovato univoca concretezza considerando
che tale teoria nacque in un momento in cui la villa del
Casale sembrò un edificio singolare per la sua grandiosità
e il suo stato di conservazione. Di altre ville tardo-antiche
in Sicilia si trovarono successivamente tracce più
o meno consistenti e resti di decorazioni musive altrettanto
pregevoli (Tellaro, Patti, ecc.), per cui è stata
suggerita la ricerca del committente più verso l'aristocrazia
senatoria romana che, per un qualche indizio, appariva interessata
alla Sicilia. Questa via rappresenta il secondo gruppo di
ipotesi (Calderone 1984) per cui si sono fatti i nomi di
Aradio Valerio Proculo, figura di spicco nell'aristocrazia
del IV sec. (Cracco Ruggini 1980; Garana 1952; Carandini
1982) e poi di Ceionio Rufio Albino, console nel 335 d.C.
e raffinato intellettuale fregiato del titolo di philosophus.
Solo una prova chiara e distinta potrà fornire le
ragioni di una verità senza ombre.